Calcio italiano specchio di un Paese che precipita

Tifosi Si parte dalla Spagna con Marca che titola: “El Nápoles alza la ‘Coppa’ de la vergüenza”, per poi passare al Telegraph in Inghilterra, “Napoli supporters shot in Rome…” e al Guardian: “Coppa Italia final marred by shootings”, per non parlare di Sky Sport: “Four arrested after shootings before Coppa Italia final” e infine l’Equipe: “Naples, drame et fête”.

Potremmo andare avanti per ore, considerando che la notizia si è sparsa a macchia d’olio in tutto il mondo, dimostrando come il nostro Paese sia debole, fragile e incapace di prendere in mano questo genere di situazioni. 

La cosa che colpisce e che sorprende è come questi fatti accadano ormai sistematicamente e come i cittadini, ma soprattutto le istituzioni, rimangano sorpresi, indignati e pronti a cambiare il mondo, per poi dimenticare e spiegare che si “trattava di casi isolati”, facendo tornare tutto, come se niente fosse, alla normalità, allo spettacolo, agli introiti, ai soldi, aspettando un nuovo episodio, che puntualmente arriva, sempre più violento.

Ha ragione Conte, allenatore della Juventus, quando dice: “Ogni volta che succede qualcosa di grave ci indigniamo, si sentono parlare moralisti e moralizzatori, poi non si fa niente per evitare che certi episodi si ripetano”.

Ma il problema in Inghilterra, ad esempio, è stato risolto anni fa. I famigerati hooligans sono stati sconfitti dal governo, ci sono voluti tempo e forza, ma alla fine i risultati ora si vedono, con stadi pieni di persone e soprattutto di famiglie. 

Noi invece non ci riusciamo proprio, ci indigniamo e poi dimentichiamo. In tutta Italia ogni curva ha il suo capo ed è come se si trattasse del suo territorio, con regole ferree da seguire ed eseguire.

Lo si è visto durante la finale di Coppa Italia. Un’immagine scioccante per gli ormai pochi tifosi stranieri che guardano il nostro calcio. Il capitano di una squadra (il Napoli) che va sotto la propria curva a decidere con un certo “Genny’ a carogna”, capo tifoso e figlio di un camorrista, in piedi davanti alla curva Nord come se si trattasse di un dittatore davanti al suo popolo, se si doveva giocare la partita.

Nonostante fosse stato daspato, era li ad assistere alla finale con una maglietta con scritto “Speziale libero”. Un incitamento alla violenza, considerato che Speziale era stato condannato a 8 anni, in via definitiva, per l’omicidio dell’ispettore Filippo Raciti.

Tutto surreale, tutto senza senso e, ancora più senza senso, era l’immagine di Renzi in tribuna autorità che osservava, con accanto i presidenti di Napoli e Fiorentina. Osservava forse consapevole che lui, proprio lui, non poteva fare nulla.

Allora tornano in mente le parole che un premier odiato dagli italiani, Mario Monti, disse nel 2012 (ma forse in questo caso aveva ragione): “Non sto facendo una proposta e men che meno una proposta che viene dal governo, ma è un desiderio che qualche volta io – che pure sono stato molto appassionato di calcio tanti anni fa – dentro di me sento: se per due o tre anni per caso non gioverebbe molto alla maturazione di noi cittadini italiani una totale sospensione di questo gioco”.

Ma il calcio, la Serie A, produce in Italia un valore prossimo ai 2 miliardi di euro l’anno. Se invece estendiamo a tutto il movimento si arriva ad una stima superiore ai 6 miliardi di euro. Ovvero una delle industrie più produttive e forti del Paese. Insomma, i soldi prima di tutto. “The show must go on” sempre e comunque.

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Un pensiero su “Calcio italiano specchio di un Paese che precipita

  1. Uno dei paesi invece dove nessuno ha messo in risalto questa notizia è l’Argentina. D’altronde qui, dove vivo da 3 anni, gente come Genny A Carogna non solo comanda un settore dello stadio, ma attraverso complessi rapporti di natura clientelare riesce ad avere un controllo sulla politica del club, e in certi casi riesce addirittura ad ottenere voce in capitolo sulle campagne acquisti, mettendosi in tasca considerevoli percentuali sui trasferimenti di calciatori all’estero, con cui finanzia le attività illecite della ‘BARRA'(il gruppo). Qui però la violenza è appoggiata, perché i picchiatori da stadio sono gli stessi che usano i sindacati,i partiti politici per fare ‘ordine’ nelle manifestazioni e nei comizi, e questa funzione è premiata con posti di lavoro o negli stessi sindacati o in qualche comune. Poi quando ci sono i mondiali molti mettono da parte le rivalità e riescono a viaggiare ai mondiali, perché i presidenti dei club sono spesso o sindacalisti o imprenditori legati a particolari sindacati con rapporti con la federazione che permettono loro di avere biglietti protocollo che girano ai barras bravas, gli ultras argentini.

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