Beirut e il boom della chirurgia estetica

Un mio reportage pubblicato su D. di Repubblica e che affronta il tema del clamoroso boom di interventi chirurgici nella capitale libanese. Sono infatti circa un milione e mezzo all’anno su 4 milioni di abitanti, ed è per questo che perfino le banche concedono prestiti mirati.

Festa a Beirut

«Il futuro è della terapia cellulare, che aprirà orizzonti forse oggi impensabili». È questo il pensiero del dottor Nigel Saliba, uno dei molti specialisti che eseguono interventi di chirurgia plastica a Beirut, capitale mondiale del settore da quando, negli ultimi mesi, ha strappato il primato a Los Angeles. Alla Innovi Cell Therapy Clinic, nel centro della capitale libanese, dove lavora Saliba, puntano su questo nuovo metodo: «Negli Stati Uniti le nostre tecniche sono ancora molto discusse», continua il medico, «ma noi sappiamo che non comportano rischi. In Libano si possono eseguire liberamente, e i risultati sono ottimi». La terapia cellulare è un sistema innovativo che estrae le staminali dal grasso di addome e glutei, dov’è facile prelevarle con la lipoaspirazione, e le inietta nelle parti del corpo da trattare, dove si trasformano in cellule identiche a quelle circostanti. Il grasso è, infatti, il miglior filler: a differenza di protesi o riempitivi sintetici, è del tutto naturale e garantisce un risultato semi-permanente. Le cellule staminali estratte, se sottoposte a specifici stimoli, hanno infatti la capacità di differenziarsi in un determinato tipo di cellula, portando a miglioramenti significativi nella pelle invecchiata.

Beirut, che negli anni 60 era considerata la Parigi del Medio Oriente e ora è rinata dopo 15 anni di guerra civile, ha anche un’altra caratteristica che la rende unica al mondo: i prestiti bancari tagliati su misura della chirurgia plastica. La First National Bank, uno dei più importanti istituti di credito, concede questo tipo di mutui esclusivamente ai cittadini libanesi, con importi che variano dai 500 ai 5000 euro.

«È stato un colpo di genio del marketing», spiega Abdel Kared Tawil, manager di un’altra importante banca libanese, l’IBL Bank. «Anche prima si potevano richiedere prestiti simili, ma rientravano nella dicitura “personali”. Adesso, con un nome tutto nuovo e una proposta più mirata, il business si è impennato». In effetti, i numeri del settore sono impressionanti: circa un milione e mezzo le operazioni ogni anno, su una popolazione di quasi quattro milioni di persone. Senza contare i quasi 10 milioni di interventi non chirurgici, come il botox o le iniezioni di collagene. Il rifacimento di seni, labbra e nasi è una moda dilagante, soprattutto tra le ventenni. Ma il fenomeno sta aumentando anche tra i maschi, che vogliono diventare più attraenti invocando questioni di autostima.

«I libanesi sono ossessionati dalla chirurgia estetica perché sono succubi del mito dell’eterna giovinezza», dice la dottoressa Nada Alaaeddine, anche lei della Innovi. «E poi, i costi sono decisamente contenuti rispetto a molti Paesi occidentali, tanto che la nostra capitale è diventata il polo mondiale del settore». Qualche esempio: un’operazione al naso in Australia può valere fino a diecimila dollari, mentre in Libano si effettua per poco meno di tremila; e per una protesi al seno, che a Los Angeles richiede circa settemila dollari, a Beirut si paga meno di quattromila.
Ibrahim Melki, pluripremiato chirurgo plastico, affronta giornalmente nella sua clinica privata (la Melki Plastic Surgery) questo tipo di operazioni: «Ci sono pazienti che arrivano con una rivista e ci mostrano solamente una foto. Il modello vincente è quello della cantante, attrice e sex symbol libanese Haifa Wehbe. Io mi sforzo di spiegare che questa ansia di imitazione è sbagliata. Una cosa è voler apparire belli, un’altra è esagerare e arrivare all’estremo snaturando i propri lineamenti. Sembrare naturali è un conto, diversi un altro».

Tra le clienti di Melki ce ne sono anche moltissime che provengono da ambienti conservatori, e indossano l’hijab. «Professare una fede religiosa non c’entra, è più un fattore di competitività», spiega Ketty Sarouphim, psicologa alla Lebanese American University: «L’obiettivo, anche delle donne apparentemente meno disinibite, è attrarre un uomo. È come se fosse una sfida continua con le potenziali rivali, perché nel mondo arabo la bellezza femminile ha un valore abnorme. L’obbligo sociale di apparire sempre seducenti porta le donne a sottoporsi a più ritocchi rispetto alle occidentali. Lo standard deve rimanere elevato per conquistare un marito, o per poterselo tenere accanto. Nella nostra società i maschi sono giudicati per i loro talenti, le ragazze per il sex-appeal».

Questo tipo di pressione si esercita perfino all’interno della famiglia. Sono la maggioranza i genitori che indirizzano le proprie figlie verso piccoli interventi, con raccomandazioni tipo: «Mangi troppo, dovresti pensare a essere più carina, altrimenti non troverai un buon marito». E per colpa di questo genere di educazione molte ragazze, finito il liceo, ricorrono al bisturi del chirurgo estetico: per cercare più facilmente un fidanzato, appena arrivate all’università.
Certo, anche in un Paese multiconfessionale, dove la religione può imporre alla donna condotte austere, c’è chi ancora si oppone alla tirannia della bellezza. «Beirut è la contraddizione per eccellenza», prosegue la psicologa. «Si passa da un eccesso all’altro: dall’andare per strada cercando di farsi notare, al dare quanto meno possibile nell’occhio. Faccio un esempio: una mia alunna tempo fa ha avuto un incidente stradale e i genitori, corsi all’ospedale, prima di chiederle come stava l’hanno rimproverata per essere stata in macchina con un ragazzo e aver portato la vergogna in famiglia».

A volte capita anche che i chirurghi, in una sorta di delirio demiurgico, esagerino credendosi degli artisti. Abir, una ragazza di 27 anni, si è rifatta il naso. Ma, appena terminato l’intervento, ha notato che c’era qualcosa di diverso nel suo volto: «Mi sono chiesta che cosa era successo e il dottore, spavaldo, mi ha risposto di aver pensato nel corso dell’operazione che intervenendo più a fondo mi avrebbe resa più carina».
Anche Ghena, venticinquenne, si è rifatta il naso: «Ne sentivo il bisogno, e dopo mi sono sentita più attraente. Non bisogna però esagerare. Purtroppo oggi molte ragazze sono tentate di cambiare continuamente lineamenti».
Per Rawan i ritocchi al naso sono già due, nonostante abbia solo 23 anni: «La prima volta non mi è piaciuto il risultato, e allora ho cambiato dottore e mi sono operata una seconda volta. Ora non so, non credo sia il massimo, certamente l’aspetto potrebbe essere migliore. Ma la mia non è una fissazione. In Libano, rispondere a certi canoni estetici è spesso un fattore decisivo perfino per trovare lavoro».

E non importa se si vuole adeguarsi alla moda ma si ha poco denaro: in assenza di un governo forte, che imponga regole che garantiscano la sicurezza delle operazioni, la clientela meno facoltosa può sempre rivolgersi alle decine e decine di cliniche illegali.

«Il nostro lifestyle è estremo in ogni sua declinazione», spiega Pascale Wakim, direttrice della galleria d’arte Caravan. «Qui si organizzano feste su feste, senza soluzione di continuità. E le persone, anche se fanno parte di classi meno agiate, cercano di presentarsi al massimo del sex-appeal. Nessuno sembra sicuro del domani, e questo approccio stile “carpe diem” si riflette in tutti i settori, compreso quello della chirurgia plastica». Dello stesso parere è il suo socio, Nicolas Belavance Lecompte, che azzarda un paragone con l’Italia: «I libanesi sono gli italiani del Medio Oriente. Ci tengono soprattutto ad apparire. Così Beirut è in tutto e per tutto uguale alla Roma degli anni 60. Qui risplende ancora il mito della Dolce Vita, dove tutto è considerato possibile. Solo, adattato ai nostri tempi»

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